Il destino come scelta

Esiste un ordine nella natura, ovunque noi guardiamo possiamo osservare come nel mondo vi sia una incredibile armonia di forme.

Il cosmo si presenta come un insieme strutturato e gerarchico, dove ogni cosa ha il suo posto e ogni evento la sua causa.

Ognuno di noi nella vita segue un percorso e siamo liberi di volare all'interno della gabbia che noi stessi ci siamo costruiti.

Ogni nostra scelta importante costituisce una tappa nel nostro cammino, all'inizio abbiamo una infinità di possibilità ma una volta fatta la scelta diviene una pietra miliare della nostra esistenza e non è più possibile cambiarla.

Possiamo fare degli errori e possiamo correggere il nostro comportamento ma quello che è fatto è fatto e non si cambia più.

Se riflettiamo sulla nostra vita troviamo strane coincidenze che hanno influenzato le nostre scelte e che a volte sono state determinanti, quasi ci fosse un disegno prestabilito in anticipo.

Eventi all'apparenza innocui hanno avuto un grande peso nel nostro destino.

Sembrerebbe che noi nasciamo già predestinati al compito che dobbiamo svolgere nel corso della nostra vita, ma noi vogliamo essere gli artefici, nel bene e nel male, del nostro destino, noi siamo liberi di scegliere.

Esiste una interazione continua tra noi e il nostro ambiente, le circostanze, e nel momento in cui compiamo una scelta siamo inevitabilmente condizionati.

È un intreccio di cause ed effetti veramente difficile da dipanare.

È il nostro stato naturale di organismi biologici in interazione con l'ambiente.

Ma può succedere, a volte, che ci sentiamo veramente liberi, sicuri di fare una scelta in piena consapevolezza. Questo è lo stato del guru illuminato.

La possibilità di scegliere tra azioni e fini differenti è un aspetto centrale della vita morale delle persone e della vita in generale, poiché pensiamo al tessuto dell'esistenza come a un insieme di spinte che provengono in parte dall'esterno, ma anche da noi stessi e cioè dalle scelte che compiamo. La bellezza di una vita, la sua tragicità o la disperazione che promana da essa sono legati dal fatto che siamo noi, nella nostra individualità a scegliere e a esporci in questo modo. Ma la scelta non è l'unico aspetto della vita morale delle persone, poiché scegliamo ciò che troviamo buono o significativo o degno del nostro interesse. Il mondo che si apre alla nostra scelta non è vuoto o neutrale, è un mondo che ci colpisce oppure ci devia o ci angoscia, è un mondo che ha per noi di volta in volta un suo volto. Le immagini che ci facciamo del mondo e i concetti che usiamo guidano la nostra scelta. Ma tali visioni e concezioni costituiscono la nostra stessa identità, sono aspetti della nostra interiorità e mostrano che tipi di persone siamo. L'etica e il pensiero moderno hanno privilegiato la scelta, poiché hanno svuotato il mondo dalle strutture metafisiche, dall'idea di un ordine provvidenziale e finalistico delle cose, da cui ricavare i valori morali. E ciò ha portato a una crescita del concetto di libertà, all'idea che ciascuno di noi costruisce il proprio mondo e che è importante rispettare questa autonomia. Ma il mondo che vediamo ha una sua struttura, dipende dai concetti che ereditiamo, che hanno una loro storia, che possono venire criticati. Inoltre ciascuno di noi fa un uso di questi concetti in cui esprime se stesso, le proprie virtù e la propria immaginazione. Qui c'è un lavoro immenso per l'etica, personale e pubblica. Ma con quali strumenti, una volta che sono cadute le strutture metafisiche, tra la nostalgia di un loro ritorno e l'esito nichilista, secondo cui possiamo solo scegliere al buio, in un mondo che non ci può guidare in alcun modo?

Basta conoscere per operare la scelta più giusta?

Non basta sapere per scegliere, non basta una razionalità complessiva per avere un indirizzo dell'azione. Ci sono molte cose che rientrano nella scelta. La scelta è un complesso di illuminazione razionale, di intuizione per dire così imponderabile e di inserimento nelle circostanze. Quindi è uno di quei momenti di cui noi continuamente abbiamo esperienza, forse senza accorgercene e che costituiscono il tessuto dell'esistenza. L'idea che basti conoscere per agire, che chi agisce male, agisce male per ignoranza, è una cosa che è stata attribuita a Socrate, probabilmente forzando. Cioè era un paradosso questo che lui diceva. Se noi lo prendiamo letterariamente non funziona più, tanto più che lui diceva di non sapere, quindi avrebbe dovuto vivere la vita di un vegetale. E quindi, da questo punto di vista, no, senz'altro non basta.

La conoscenza si scontra contro un muro, il muro dell'inconoscibile, dove trova il proprio limite.

Un muro, un qualcosa che separa l'uomo dal mondo originario del suo essere più intimo e profondo. Un essere, o un esserci, che al limite può essere decifrato attraverso i simbolismi dell'inconscio, ma che è soprattutto e sostanzialmente in una dimensione fisicamente non raggiungibile, ma che la nostra mente superiore può a volte intuire fuggevolmente.

Naturalmente questo muro è invisibile proprio perché la sua presenza è data dalla sua non tangibilità materiale. Ovviamente si tratta di un muro simbolico, perché esso in realtà non esiste, è soltanto la nostra umana limitatezza che idealmente lo crea. Tuttavia esso è lì, per la maggior parte di noi inamovibile e non percepibile. È quel muro, la cui simbolica ma alla fine reale presenza ha tacitamente sfidato il genere umano attraverso i millenni e quasi oltre il tempo stesso. Il muro è qualcosa che sbarra il cammino verso l'infinito che normalmente non riusciamo neanche lontanamente ad immaginare. Il muro è l'infinito e l'eternità della realtà, che impongono un alt ad una mente e ad una coscienza umane che si dibattono tra la realtà e l'idea di un inizio e di una fine, concetti che l'uomo mutua da ciò che lo circonda sul piano puramente fisico, dal suo stesso corpo che - come tale - inizia e finisce, mentre l'idea, la coscienza, l'impulso della mente superiore mordono il freno per tentare di andare oltre questa auto-riduzione funzionale di una parte della creazione.

Nei millenni, l'uomo, malgrado la potenza del suo essere primario, si è sempre nervosamente, tormentosamente aggirato nell'angusto cortile che la sua vita fisica e i suoi scarni sensi gli hanno offerto. In ognuno di noi qualcosa ha premuto e preme costantemente per farsi luce, a dispetto di tutte le corde e i nodi che ci legano alla pesantezza di quella che definiamo "materia". Questo qualcosa è la perenne spinta verso la conoscenza che scavalca ogni aspetto umano vincolante. Conoscenza che non è né erudizione, né cultura, né la superficiale ed oscillante consapevolezza che abbiamo di noi stessi, ridotti, compressi, in un organismo, in un cervello e in una psiche funzionali solo alla Terra.

Questo muro può essere abbattuto, in ogni essere umano, dal primo all'ultimo, attraverso migliaia di secoli, soltanto col lavoro che ogni uomo deve fare per avanzare, per crescere, per allontanarsi sempre di più, in maniera sempre più qualificata, dalle banali, stupide e rigide strettoie di una esistenza che reca soltanto il marchio della fisicità e dell'appiattimento mentale alle regole che ogni comunità umana si dà, semplicemente per sopravvivere come tale e non come germe di più ampie, immense realizzazioni.

Si potrebbe sostenere che il cervello, essendo prodotto da certi processi fisici, debba rispecchiare la natura di tali processi, ivi compreso il loro carattere matematico. In realtà non c'è nessuna diretta connessione fra le leggi fisiche e la struttura del cervello. Quella che distingue il cervello da un chilogrammo di materia ordinaria è la complessità della sua organizzazione e, in particolare, le elaboratissime interconnessioni fra i neuroni. Le leggi fisiche, da sole, non bastano a spiegare questo schema di collegamenti.

Empirismo e metafisica, come tante altre forme di espressione concettuale, sono una specie di marchio di riconoscibilità che l'uomo è stato costretto a formulare fin dagli inizi, a poco a poco, per chiarirsi le idee, il proprio mondo interiore ed esteriore, e le interrelazioni tra di essi. Quindi tutto ciò può considerarsi alla stregua di una tecnica sempre più raffinata che ci consente di percepire un po’ meglio la struttura dell'ordine infinito. Tecnica, o metodo, la cui indubbia utilità (pragmatica) nello svolgimento delle cose umane sulla Terra, ha come aspetto negativo il fatto di perdere sempre più di vista l'idea dell'insieme, del Tutto, il che è come dire l'idea stessa in funzione della quale esistiamo ed abbiamo un nostro preciso ruolo nelle cause e negli effetti che determinano il gioco degli universi.

Naturalmente, saremmo perduti - come valore attivo esistenziale - se, affondando nel sempre più complesso magma delle tecniche e delle specializzazioni, non avessimo nessun punto di appoggio valido che ci aiuti a conservare l'equilibrio e, soprattutto, a non perdere di vista la nostra radice esistenziale metafisica. Saremmo perduti perché non avremmo più alcuna possibilità futura di riconoscerci per ciò che veramente siamo, di auto-identificarci attorno al nucleo che - nella Realtà assoluta - è la base della nostra irripetibile individualità.

Credo che sia evidente l'intimo rapporto che unisce in profondità questi due concetti che - a conferma della necessità di seguire un doppio binario speculativo - si rifanno, l'uno all'intuizione, l'altro al portato ideativo scaturito dalle più avanzate conoscenze scientifiche, in particolare della fisica. È soltanto con molta sincera umiltà che ci si può così avviare a proseguire un discorso al quale ognuno, attraverso il filtro della propria interiorità, può dare il suo contributo, piccolo o grande che sia, soprattutto per se stesso. Con calma, ognuno può andare a ritrovare, nella memoria o nei libri, la storia più o meno esemplare di quelle grandi personalità che sono giunte alla stessa conclusione.

La civiltà deve molto a singole persone che, da sole, con il loro genio e la loro intuizione hanno raccolto l'ideale eredità del mitico Prometeo, facendo progredire l'umanità nel suo complesso. Sovente, l'individuo socialmente isolato, grazie al suo spirito di ribellione nei confronti di tabù e di regole sociali o religiose castranti, dà al resto degli uomini nuovi impulsi che per certi versi possono portare verso l'autentica conoscenza.

Ecco il pensiero di Schelling:

"…In primo luogo, e soprattutto, ogni spiegazione deve rendere giustizia alla cosa da spiegare. Non deve svalutarla, sbarazzarsene dopo una interpretazione frettolosa, immeschinirla, mutilarla, al fine di renderla più facile alla comprensione. Il problema non è: a quale prospettiva del fenomeno dobbiamo arrivare, per spiegarlo in concordanza con una data teoria filosofica? Ma precisamente l'opposto: quale filosofia si richiede se dobbiamo vivere all'altezza dell'argomento?

Il problema non è come rivoltare, storcere, rimpicciolire, storpiare il fenomeno, in modo da spiegarlo a tutti i costi sulla base dei principi che, una volta per tutte, abbiamo deciso di non varcare. Il problema è: fino a che punto dobbiamo allargare il nostro pensiero, in modo da proporzionarlo alla dimensione del fenomeno…"

(filosofia della mitologia).

Riporto di seguito una comunicazione medianica avuta da Roberto Setti:

… L'"io" è estremamente prezioso per l'uomo. Nulla spaventa l'umano più del pensiero che il suo io possa annullarsi, perché ciò gli suona come un annullamento del suo essere. Noi invece affermiamo che l'"essere" - la cui coscienza va ben oltre la momentanea consapevolezza dell'uomo - trascende l'io, perciò l'io, più che la personalità cosciente, dovrebbe definirsi la personalità auto-consapevole, abbracciando la coscienza l'intera estensione dell'essere, conscio e inconscio.

Per noi "coscienza" è evoluzione raggiunta. Una tale personalità è assai più composita di quello che la psicologia presume: è qualcosa di posticcio rispetto all'essere, è una sussistenza virtuale, un'immagine caleidoscopica, la risultante della presenza di più fattori che, tuttavia, non sono componenti strutturali dell'essere, ma sue errate deduzioni, errate deduzioni della sua mente.

L'identificazione che l'uomo fa di se stesso con il proprio momentaneo e contingente nucleo autoconsapevole, l'istintivo riguardare in termini di separazione ciò che non ricade sensibilmente in tale consapevolezza, dall'uomo ritenuto non sé, per un errore di interpretazione della realtà, creano l'"io" in senso spaziale. L'io in senso temporale nasce dalla memoria. Il ricordo, anche se incompleto, di avvenimenti, crea l'idea della continuità dell'io nel tempo ed è all'origine della speranza o della fede che esso continuerà oltre la morte. Se la natura limitata della consapevolezza e la possibilità di ritenere la dinamica degli avvenimenti creano l'"io", il pensiero precipuo, le personali propensioni, il proprio punto di vista, l'indole, rappresentano la personalità: ossia la caratterizzazione dell'io, la colorazione della concezione dualistica di base. Ma come la consapevolezza d'esistere non viene meno col mutare - anche se radicale - della personalità, o con la perdita, anche se totale, della memoria, così non viene meno allorché vengono superati tutti i fattori che creano l'io, perché l'io non è un supporto essenziale all'esistenza dell'"essere", ma solo una errata interpretazione, una limitazione dell'essere. L'esistenza dell'io non è necessariamente l'esistenza dell'essere. La consapevolezza di esistere non è conseguenza di una realtà necessariamente strutturata in soggetti e oggetti, mentre lo è l'io. Chi ha una tale concezione della realtà identifica il proprio essere nel proprio io ed ha un eccessivo amore di sé… Quando parliamo di superamento dell'io, intendiamo superamento della concezione della realtà come strutturata in soggetti ed oggetti: intendiamo rendersi consapevoli delle proprie reali intenzioni, delle ragioni che determinano i propri atteggiamenti. Intendiamo "conoscenza di sé", che non significa conoscenza teorica di come è strutturato il proprio essere, ma significa conoscere quelli che sono i veri pensieri, i veri desideri, i reali sentimenti. Significa smascherare l'io e quindi superarlo senza che perciò venga meno la consapevolezza di esistere. Sarebbe un errore credere che la consapevolezza d'esistere fosse un prodotto della realtà necessariamente strutturata in soggetti e oggetti.